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Pianeta donna : tre domande a Silvia Gemignani

Silvia Gemignani

A cura di Domenica Dominique Oliveto
Continuano le interviste di pianeta donna. Questa settimana abbiamo posto tre domande a Silvia Gemignani , la triatleta viareggina che ha vestito la maglia azzurra alle olimpiadi di Sidney e Atene, unica nella storia italiana a poter vantare questo primato. Nel suo curriculum numerose vittorie non solo in campo nazionale e gare in tutti e quattro i continenti.
Se si parla di Silvia Gemignani vengono in mente subito due cose : nuoto ed olimpiadi.  Indiscutibilmente sei la migliore  nuotatrice del triathlon italiano di tutti i tempi: secondo te com’è cambiata la frazione di nuoto rispetto a quando gareggiavi tu a livello internazionale ?
È  difficile dire come sia cambiata la singola frazione di nuoto; sarebbe più corretto dire come è cambiata tutta la gara, mi spiego meglio: fino a qualche anno fa molte tra le “top” erano atlete provenienti da altre discipline, basti pensare a Sheila Taormina, Loretta Harrop, Emma Carney, Carol Montgomery, Jackie Gallagher, etc. Ovvio che si creava spesso un netto gap dopo il nuoto, vi erano nuotatrici specializzate, spesso forti anche in bici, ma non eccellenti nella corsa; la strategia era andare “a manetta” nelle prime due frazioni per accumulare più vantaggio possibile, vantaggio che durante la gara andava modificandosi od annullandosi quando entravano in gioco le podiste. Spesso queste atlete riuscivano ad arrivare in fondo, altre volte la situazione poteva venir capovolta, basti pensare alle Olimpiadi di Atene in cui Kate Allen vinse dopo una “disastrosa” frazione di nuoto, anche se fu obbiettivamente una gara sui generis.
Oggi per il poco che posso vedere sembra che la gara sia più regolare, senza buchi enormi tra i gruppi che se la giocano, chi va forte a piedi è già solitamente ben piazzato dopo il nuoto e la corsa fa sempre più la differenza. E’ un’evoluzione naturale, ora le nuove generazioni “nascono” dal triathlon, la loro preparazione si modella in base alle esigenze della competizione.
Sei stata l’ UNICA triatleta italiana a partecipare a 2 Olimpiadi : raccontacele.
Io sono l’unica, per ora, ad aver “gareggiato” in 2 Olimpiadi, ma Nadia si sarebbe qualificata per Pechino, che sarebbe stata di diritto la sua seconda, anche se sappiamo che, per incidente, andò ugualmente in Cina ma non gareggiò. Ho avuto l’onore di poter gareggiare ai Goodwill Games nel 2001 a Brisbane, ultima edizione di un evento considerato una piccola Olimpiade ma che fu poi cancellato.
Raccontare un’ Olimpiade non è cosa facile in poche righe, soprattutto per una disciplina “singola” come il triathlon, in cui non ci sono varie distanze né qualificazioni, ma tutto è concentrato in meno di 2 ore.
Indipendentemente dalla gara, tutta l’esperienza è “totalizzante”, per mesi non pensi ad altro ed una volta sul posto vieni proiettato in una dimensione quasi surreale, o perlomeno questo è quello che successe a me, soprattutto in occasione della prima, Sydney 2000. Essendo l’esordio del Triathlon alle Olimpiadi c’era la consapevolezza di star partecipando ad un evento che non solo rappresentava la storia di questo sport, ma la cambiava per sempre. L’organizzazione Australiana, a detta di molti una delle migliori di sempre, fece il resto per creare un’atmosfera unica.
Il rimpianto d’ esser mancata a livello tecnico in bici, dopo esser uscita nel gruppetto di testa a nuoto ed aver tenuto 2 giri, in un percorso estremamente nervoso per cui obbiettivamente non ero preparata, ed in un momento in cui la mia condizione a corsa era senz’altro buona e mi avrebbe portato ad un ottimo piazzamento.
Ad Atene le premesse erano diverse, ci si arrivava con una squadra di atlete che potevano giocarsi le prime posizioni, Nadia e Beatrice avevano già collezionato vari podi in WC e dimostrato quanto valevano. La tensione di tutta la spedizione era alta, probabilmente ancor più tra i tecnici che tra noi ragazze, di cui io ero scherzosamente la “capitana” perchè più anziana.
A livello di squadra il risultato fu ottimo, con l’incredibile rimonta a corsa di Nadia che la portò al quinto posto, un quindicesimo di Beatrice, ed un ventunesimo mio che, seppur modesto, vista la condizione disastrosa dei mesi precedenti ed i vari infortuni, comunque mi accontentava. Quella gara, consolidò l’importanza che la Federazione Italiana cominciava ad avere a livello internazionale e che i successi attuali di molti atleti stanno confermando.
Chi ti stima, ti descrive spesso come uno “spirito libero ” fuori dagli schemi d’allenamento , ma i risultati non sono mancati: qual’è stato il segreto del tuo successo ?
3) In realtà adesso, a distanza di anni, mi rendo conto di come molti risultati siano purtroppo mancati, a causa sia di alcune”deficienze tecniche”, ma soprattutto di una errata gestione di cui mi prendo la responsabilità.
Sebbene “Spirito Libero” mi si addica abbastanza, e sia sempre stata considerata difficile da gestire, dovrei premettere alcune cose. A differenza di altri atleti ho sempre dovuto combattere con una serie interminabile di infortuni, oltretutto accompagnata da due brutti incidenti da cui, per smania di tornare al più presto alle competizioni, non ebbi il tempo di recuperare a dovere.
Non sono mai riuscita ad affrontare le gare importanti in condizioni ottimali, la convinzione di dover sempre e comunque partecipare, per esigenze di punteggio e per non restar “fuori dal giro”, non mi ha mai dato la possibilità od il coraggio necessario per impormi e fermarmi nei momenti in cui le condizioni lo richiedevano; affrontavo allenamenti e gare che avrei probabilmente dovuto saltare, mi infortunavo e dovevo ricominciare da zero. In queste circostanze il dover partecipare a raduni era spesso visto da me come inopportuno, in momenti in cui sapevo che non avrei potuto comunque allenarmi a dovere.
Ovviamente le esigenze di un atleta non sempre coincidono con quelle di una Federazione, e questo è normale e comprensibile, in ogni sport. Ritengo che oggi l’incredibile allargamento dei gruppi sportivi rispetto al passato possa dare a molti atleti una relativa tranquillità e la possibilità di gestirsi al meglio.

 

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Pianeta donna : tre domande a Silvia Gemignani

24th aprile, 2015

Silvia Gemignani

A cura di Domenica Dominique Oliveto
Continuano le interviste di pianeta donna. Questa settimana abbiamo posto tre domande a Silvia Gemignani , la triatleta viareggina che ha vestito la maglia azzurra alle olimpiadi di Sidney e Atene, unica nella storia italiana a poter vantare questo primato. Nel suo curriculum numerose vittorie non solo in campo nazionale e gare in tutti e quattro i continenti.
Se si parla di Silvia Gemignani vengono in mente subito due cose : nuoto ed olimpiadi.  Indiscutibilmente sei la migliore  nuotatrice del triathlon italiano di tutti i tempi: secondo te com’è cambiata la frazione di nuoto rispetto a quando gareggiavi tu a livello internazionale ?
È  difficile dire come sia cambiata la singola frazione di nuoto; sarebbe più corretto dire come è cambiata tutta la gara, mi spiego meglio: fino a qualche anno fa molte tra le “top” erano atlete provenienti da altre discipline, basti pensare a Sheila Taormina, Loretta Harrop, Emma Carney, Carol Montgomery, Jackie Gallagher, etc. Ovvio che si creava spesso un netto gap dopo il nuoto, vi erano nuotatrici specializzate, spesso forti anche in bici, ma non eccellenti nella corsa; la strategia era andare “a manetta” nelle prime due frazioni per accumulare più vantaggio possibile, vantaggio che durante la gara andava modificandosi od annullandosi quando entravano in gioco le podiste. Spesso queste atlete riuscivano ad arrivare in fondo, altre volte la situazione poteva venir capovolta, basti pensare alle Olimpiadi di Atene in cui Kate Allen vinse dopo una “disastrosa” frazione di nuoto, anche se fu obbiettivamente una gara sui generis.
Oggi per il poco che posso vedere sembra che la gara sia più regolare, senza buchi enormi tra i gruppi che se la giocano, chi va forte a piedi è già solitamente ben piazzato dopo il nuoto e la corsa fa sempre più la differenza. E’ un’evoluzione naturale, ora le nuove generazioni “nascono” dal triathlon, la loro preparazione si modella in base alle esigenze della competizione.
Sei stata l’ UNICA triatleta italiana a partecipare a 2 Olimpiadi : raccontacele.
Io sono l’unica, per ora, ad aver “gareggiato” in 2 Olimpiadi, ma Nadia si sarebbe qualificata per Pechino, che sarebbe stata di diritto la sua seconda, anche se sappiamo che, per incidente, andò ugualmente in Cina ma non gareggiò. Ho avuto l’onore di poter gareggiare ai Goodwill Games nel 2001 a Brisbane, ultima edizione di un evento considerato una piccola Olimpiade ma che fu poi cancellato.
Raccontare un’ Olimpiade non è cosa facile in poche righe, soprattutto per una disciplina “singola” come il triathlon, in cui non ci sono varie distanze né qualificazioni, ma tutto è concentrato in meno di 2 ore.
Indipendentemente dalla gara, tutta l’esperienza è “totalizzante”, per mesi non pensi ad altro ed una volta sul posto vieni proiettato in una dimensione quasi surreale, o perlomeno questo è quello che successe a me, soprattutto in occasione della prima, Sydney 2000. Essendo l’esordio del Triathlon alle Olimpiadi c’era la consapevolezza di star partecipando ad un evento che non solo rappresentava la storia di questo sport, ma la cambiava per sempre. L’organizzazione Australiana, a detta di molti una delle migliori di sempre, fece il resto per creare un’atmosfera unica.
Il rimpianto d’ esser mancata a livello tecnico in bici, dopo esser uscita nel gruppetto di testa a nuoto ed aver tenuto 2 giri, in un percorso estremamente nervoso per cui obbiettivamente non ero preparata, ed in un momento in cui la mia condizione a corsa era senz’altro buona e mi avrebbe portato ad un ottimo piazzamento.
Ad Atene le premesse erano diverse, ci si arrivava con una squadra di atlete che potevano giocarsi le prime posizioni, Nadia e Beatrice avevano già collezionato vari podi in WC e dimostrato quanto valevano. La tensione di tutta la spedizione era alta, probabilmente ancor più tra i tecnici che tra noi ragazze, di cui io ero scherzosamente la “capitana” perchè più anziana.
A livello di squadra il risultato fu ottimo, con l’incredibile rimonta a corsa di Nadia che la portò al quinto posto, un quindicesimo di Beatrice, ed un ventunesimo mio che, seppur modesto, vista la condizione disastrosa dei mesi precedenti ed i vari infortuni, comunque mi accontentava. Quella gara, consolidò l’importanza che la Federazione Italiana cominciava ad avere a livello internazionale e che i successi attuali di molti atleti stanno confermando.
Chi ti stima, ti descrive spesso come uno “spirito libero ” fuori dagli schemi d’allenamento , ma i risultati non sono mancati: qual’è stato il segreto del tuo successo ?
3) In realtà adesso, a distanza di anni, mi rendo conto di come molti risultati siano purtroppo mancati, a causa sia di alcune”deficienze tecniche”, ma soprattutto di una errata gestione di cui mi prendo la responsabilità.
Sebbene “Spirito Libero” mi si addica abbastanza, e sia sempre stata considerata difficile da gestire, dovrei premettere alcune cose. A differenza di altri atleti ho sempre dovuto combattere con una serie interminabile di infortuni, oltretutto accompagnata da due brutti incidenti da cui, per smania di tornare al più presto alle competizioni, non ebbi il tempo di recuperare a dovere.
Non sono mai riuscita ad affrontare le gare importanti in condizioni ottimali, la convinzione di dover sempre e comunque partecipare, per esigenze di punteggio e per non restar “fuori dal giro”, non mi ha mai dato la possibilità od il coraggio necessario per impormi e fermarmi nei momenti in cui le condizioni lo richiedevano; affrontavo allenamenti e gare che avrei probabilmente dovuto saltare, mi infortunavo e dovevo ricominciare da zero. In queste circostanze il dover partecipare a raduni era spesso visto da me come inopportuno, in momenti in cui sapevo che non avrei potuto comunque allenarmi a dovere.
Ovviamente le esigenze di un atleta non sempre coincidono con quelle di una Federazione, e questo è normale e comprensibile, in ogni sport. Ritengo che oggi l’incredibile allargamento dei gruppi sportivi rispetto al passato possa dare a molti atleti una relativa tranquillità e la possibilità di gestirsi al meglio.

 

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