Mute Triathlon

Mario Zampicinini ci racconta la TDS, gara all’interno della mitica Ultra Trail Monte Bianco

Mario Zampicinini, appassionato di sport e moltidiscipline ha preso parte alla TDS, inserita all’interno della mitica Ultra Trail Monte Bianco. Classe 1959 , psicologo, Mario è padre di Sofia, cresciuta nell’Atletica Bellinzago e ora alla Valle d’Aosta Triathlon, giovane promettente con numerose vittorie in gare giovanili sia di triathlon che di duathlon  aquathlon.
Ecco il suo racconto di questa avventura:

TDS: GAMBE TESTA E CUORE.

Vorrei proporvi qualche riflessione a flash, breve, su alcuni pensieri e sensazioni vissute durante la TDS (sur le Traces des Ducs du Savoie), gara all’interno dell’Ultra Trail del Monte Bianco, svoltasi giovedì 30 agosto e che ho concluso venerdì 31, dopo più di 27 ore.
Obiettivo: l’ho considerata fin da subito la gara dell’anno, quella da preparare bene e che prevedeva una serie di trail precedenti che avevano il solo scopo di portarmi in condizione ottimale all’appuntamento.

Emozioni iniziali: fortissime, commuoventi, sia nel ritiro pacco gara e controllo materiale del giorno prima a Chamonix, in cui la città brulicava di trailers provenienti da ogni parte del mondo, sia alla partenza, in quel mare di folla (1400 partenti circa) di gente “folle” come me, che alle 7 di mattina, sotto la pioggia, non attendeva altro che partire e percorrere il lungo cammino al meglio delle proprie capacità
Pensieri ed emozioni durante la gara: ovviamente numerosissimi stati d’animo e pensieri mi hanno accompagnato. All’inizio mi sorreggeva l’idea di essermi preparato bene, per cui mi sentivo forte e capace di concludere con successo l’impresa. Le prime ore di gara lo dimostravano ampiamente. La gioia di avere mia moglie e mia figlia ad attendermi e a darmi il primo cambio asciutto contribuiva a mantenere alto il morale. Dopo il ristoro di La Thuile però percepivo fatica nella salita al piccolo San Bernardo. Dopo 3 ore sentivo che non era poi così facile mantenere il passo di quelli che avevo davanti. Mi sono detto che andava bene così, bisognava rallentare un attimo. Ma al Piccolo il vento soffiava gelido, un sentiero ripido e scivoloso tra i rododendri di circa 150  mt mi dava l’idea di essere proprio stanco. Che fare? Sarei arrivato a Bourg. St. Maurice, secondo posto tappa, e poi avrei deciso.Ritirarmi? Forse. La testa cominciava un po’ a cedere. Ma nella discesa, piano piano mi riprendevo. Il confronto con i compagni di gara mi diceva che il passo non era poi così male… riprendevo coraggio, ma le gambe non seguivano i pensieri: ogni tanto chiedevano di rallentare, di non presumere troppo che ce l’avrebbero fatta e così mi sono preso delle brevi pause di camminata, che dimostravano di essere utili per giungere al prossimo punto ristoro.

L’acqua continuava a scendere, costante, lievemente più tiepida ma ormai presente su maglie e pantaloni. Ecco Bourg! Tra una piccola folla di gente sempre pronta ad applaudire e ad incitare scorgo la mia famiglia. Manifesto loro la grande stanchezza e il dubbio se continuare. Nel momento il cui lo dico, però, sento che non posso farlo, che non voglio fermarmi, anche se una parte di me lo vorrebbe. Così per mia fortuna mi cambio nuovamente, mi ristoro, rimango con loro qualche minuto e decido di ripartire. Non sarà una gara con un buon tempo, mi dico, ma voglio concluderla. Ridefinisco così il mio obiettivo. Per un po’ mi chiedo come mai le gambe non girino come mi aspettavo, ma mi accorgo che è un pensiero inutile, che mi provoca delusione e rabbia, così lo abbandono, dicendomi che in queste condizioni “va bene così”. Sarò un Finisher, niente più, non importa la posizione, alla quale, in partenza, avevo dato una certa importanza.

Con questo spirito ho cominciato l’ “infinita” salita di più di 1600 m di dislivello. A livello fisico ho cominciato ad avere problemi di nausea, un “buon” segnale, anche se decisamente poco piacevole, che mi costringeva a soste di alcuni minuti, prima di continuare. Ma va bene così, mi dicevo. Il problema fisico non mi ha mai scoraggiato. Solo un po’ innervosito perché mi rallentava. Quindi via, con le poche forze che mi sentivo, molti mi superavano, qualcuno lo superavo io.

 Dopo alcune ore, il passaggio del “mitico” Passeur de Pralognan, dopo aver già compiuto 4000 mt di dislivello + complessivi. Per fortuna senza pioggia (che ci ha accompagnato per circa 20 ore!!!), in compagnia di Ilaria, che nel frattempo mi aveva raggiunto.

Passaggi esposti di roccia, tratti di catena, ma soprattutto sentieri scivolosissimi, come fossero insaponati, mi portavano più volte a cadere, per fortuna senza conseguenze.

La notte stava arrivando.

Al Cormet de Roselend, altro punto ristoro, la folla di concorrenti e accompagnatori rendeva tutto complesso. Era buio. 60 km erano fatti e si sentivano parecchio. Non riuscivo a nutrirmi e a bere come avrei dovuto per via del problema di nausea… Ho saputo in seguito che in quel punto più di 150 atleti si sono ritirati.

Io avevo una certezza: se mi fossi cambiato e avessi indossato abiti asciutti ce l’avrei fatta. Conquistando a fatica un piccolo angolino di panca, mi sono cambiato tutto, anche le mutande! Devo ringraziare il mio zaino da 20 litri, che appariva un po’ troppo pieno rispetto a tanti altri, che mi ha dato ciò che mi serviva al momento giusto. Il pensiero di ritirarsi non c’era più. La fatica,inseparabile compagna.

Al buio pochi compagni: pioggia, un po’ di nebbia in alcuni punti, fango, tanto fango.  A una certa distanza pile frontali davanti e dietro: serpentine di luce che mi seguivano, inesorabili o mi precedevano, dandomi l’idea di dove avrei dovuto arrampicarmi.

Salite, discese, fino a poco prima di Les Contamines.

La stanchezza cominciava ad essere un problema consistente. “devo dormire” mi sono detto. Sapevo che non si dorme alla TDS, ma io dovevo farlo. Mezz’ora, non di più, poi avrei continuato meglio. Così è stato. L’idea di essermi riposato mi faceva visibilmente camminare di buon passo. Alle 4 di notte salivo alla luce della luna piena che per qualche ora si è fatta vedere. Bello! Il buonumore ritornava. La visione del Monte Bianco illuminato dalla luna e il paesaggio che si intravvedeva ai suoi piedi,resterà una delle immagini più piacevoli di questa corsa.

In lontananza una fila di puntini bianche preannunciava una salita esagerata. Infatti. Il col de Tricot per me è stato il punto più difficile. Sono arrivato in cima alle 7 di mattino. 24 ore di fatica che negli ultimi 200 metri di salita ripidissima mi avevano ridotto come un vecchietto ottantenne  che cammina lento.

Ma ancora una volta la testa si è rivelata determinante. Salendo mi dicevo. “Ok, sono un finisher, sarò 700esimo, non importa, va bene così. L’importante è finire…” poi in cima, la signora che rilevava i passaggi mi dice che sono 366°. “COSA???? IMPOSSIBILE!” E così inizio a correre alla grande, superando decine di persone ormai cotte dalla stanchezza. Il mio sogno di fare una bella gara si riaccendeva proprio nel punto in cui, solo qualche istante  prima, sentivo di aver fatto una gara mediocre. “via, via”, mi dicevo, prendendo sempre più entusiasmo e trovando forze assolutamente impensate.

Alla fine sono arrivato. Ali di folla ad accogliere tutti noi finisher con applausi, incitamenti, grida… immagini fantastiche che restano scolpite dentro.

Ancora oggi i pensieri frullano nella mente, le immagini le sensazioni ritornano e prendono ordine nel mio pensiero. Che bello. Che fatica, che freddo, che gioia, che pazzia…

Grazie a tutti quelli che mi hanno seguito su Facebook e che mi hanno fatto sentire la loro vicinanza. Adesso è il tempo del riposo.

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Mario Zampicinini ci racconta la TDS, gara all’interno della mitica Ultra Trail Monte Bianco

6th settembre, 2012

Mario Zampicinini, appassionato di sport e moltidiscipline ha preso parte alla TDS, inserita all’interno della mitica Ultra Trail Monte Bianco. Classe 1959 , psicologo, Mario è padre di Sofia, cresciuta nell’Atletica Bellinzago e ora alla Valle d’Aosta Triathlon, giovane promettente con numerose vittorie in gare giovanili sia di triathlon che di duathlon  aquathlon.
Ecco il suo racconto di questa avventura:

TDS: GAMBE TESTA E CUORE.

Vorrei proporvi qualche riflessione a flash, breve, su alcuni pensieri e sensazioni vissute durante la TDS (sur le Traces des Ducs du Savoie), gara all’interno dell’Ultra Trail del Monte Bianco, svoltasi giovedì 30 agosto e che ho concluso venerdì 31, dopo più di 27 ore.
Obiettivo: l’ho considerata fin da subito la gara dell’anno, quella da preparare bene e che prevedeva una serie di trail precedenti che avevano il solo scopo di portarmi in condizione ottimale all’appuntamento.

Emozioni iniziali: fortissime, commuoventi, sia nel ritiro pacco gara e controllo materiale del giorno prima a Chamonix, in cui la città brulicava di trailers provenienti da ogni parte del mondo, sia alla partenza, in quel mare di folla (1400 partenti circa) di gente “folle” come me, che alle 7 di mattina, sotto la pioggia, non attendeva altro che partire e percorrere il lungo cammino al meglio delle proprie capacità
Pensieri ed emozioni durante la gara: ovviamente numerosissimi stati d’animo e pensieri mi hanno accompagnato. All’inizio mi sorreggeva l’idea di essermi preparato bene, per cui mi sentivo forte e capace di concludere con successo l’impresa. Le prime ore di gara lo dimostravano ampiamente. La gioia di avere mia moglie e mia figlia ad attendermi e a darmi il primo cambio asciutto contribuiva a mantenere alto il morale. Dopo il ristoro di La Thuile però percepivo fatica nella salita al piccolo San Bernardo. Dopo 3 ore sentivo che non era poi così facile mantenere il passo di quelli che avevo davanti. Mi sono detto che andava bene così, bisognava rallentare un attimo. Ma al Piccolo il vento soffiava gelido, un sentiero ripido e scivoloso tra i rododendri di circa 150  mt mi dava l’idea di essere proprio stanco. Che fare? Sarei arrivato a Bourg. St. Maurice, secondo posto tappa, e poi avrei deciso.Ritirarmi? Forse. La testa cominciava un po’ a cedere. Ma nella discesa, piano piano mi riprendevo. Il confronto con i compagni di gara mi diceva che il passo non era poi così male… riprendevo coraggio, ma le gambe non seguivano i pensieri: ogni tanto chiedevano di rallentare, di non presumere troppo che ce l’avrebbero fatta e così mi sono preso delle brevi pause di camminata, che dimostravano di essere utili per giungere al prossimo punto ristoro.

L’acqua continuava a scendere, costante, lievemente più tiepida ma ormai presente su maglie e pantaloni. Ecco Bourg! Tra una piccola folla di gente sempre pronta ad applaudire e ad incitare scorgo la mia famiglia. Manifesto loro la grande stanchezza e il dubbio se continuare. Nel momento il cui lo dico, però, sento che non posso farlo, che non voglio fermarmi, anche se una parte di me lo vorrebbe. Così per mia fortuna mi cambio nuovamente, mi ristoro, rimango con loro qualche minuto e decido di ripartire. Non sarà una gara con un buon tempo, mi dico, ma voglio concluderla. Ridefinisco così il mio obiettivo. Per un po’ mi chiedo come mai le gambe non girino come mi aspettavo, ma mi accorgo che è un pensiero inutile, che mi provoca delusione e rabbia, così lo abbandono, dicendomi che in queste condizioni “va bene così”. Sarò un Finisher, niente più, non importa la posizione, alla quale, in partenza, avevo dato una certa importanza.

Con questo spirito ho cominciato l’ “infinita” salita di più di 1600 m di dislivello. A livello fisico ho cominciato ad avere problemi di nausea, un “buon” segnale, anche se decisamente poco piacevole, che mi costringeva a soste di alcuni minuti, prima di continuare. Ma va bene così, mi dicevo. Il problema fisico non mi ha mai scoraggiato. Solo un po’ innervosito perché mi rallentava. Quindi via, con le poche forze che mi sentivo, molti mi superavano, qualcuno lo superavo io.

 Dopo alcune ore, il passaggio del “mitico” Passeur de Pralognan, dopo aver già compiuto 4000 mt di dislivello + complessivi. Per fortuna senza pioggia (che ci ha accompagnato per circa 20 ore!!!), in compagnia di Ilaria, che nel frattempo mi aveva raggiunto.

Passaggi esposti di roccia, tratti di catena, ma soprattutto sentieri scivolosissimi, come fossero insaponati, mi portavano più volte a cadere, per fortuna senza conseguenze.

La notte stava arrivando.

Al Cormet de Roselend, altro punto ristoro, la folla di concorrenti e accompagnatori rendeva tutto complesso. Era buio. 60 km erano fatti e si sentivano parecchio. Non riuscivo a nutrirmi e a bere come avrei dovuto per via del problema di nausea… Ho saputo in seguito che in quel punto più di 150 atleti si sono ritirati.

Io avevo una certezza: se mi fossi cambiato e avessi indossato abiti asciutti ce l’avrei fatta. Conquistando a fatica un piccolo angolino di panca, mi sono cambiato tutto, anche le mutande! Devo ringraziare il mio zaino da 20 litri, che appariva un po’ troppo pieno rispetto a tanti altri, che mi ha dato ciò che mi serviva al momento giusto. Il pensiero di ritirarsi non c’era più. La fatica,inseparabile compagna.

Al buio pochi compagni: pioggia, un po’ di nebbia in alcuni punti, fango, tanto fango.  A una certa distanza pile frontali davanti e dietro: serpentine di luce che mi seguivano, inesorabili o mi precedevano, dandomi l’idea di dove avrei dovuto arrampicarmi.

Salite, discese, fino a poco prima di Les Contamines.

La stanchezza cominciava ad essere un problema consistente. “devo dormire” mi sono detto. Sapevo che non si dorme alla TDS, ma io dovevo farlo. Mezz’ora, non di più, poi avrei continuato meglio. Così è stato. L’idea di essermi riposato mi faceva visibilmente camminare di buon passo. Alle 4 di notte salivo alla luce della luna piena che per qualche ora si è fatta vedere. Bello! Il buonumore ritornava. La visione del Monte Bianco illuminato dalla luna e il paesaggio che si intravvedeva ai suoi piedi,resterà una delle immagini più piacevoli di questa corsa.

In lontananza una fila di puntini bianche preannunciava una salita esagerata. Infatti. Il col de Tricot per me è stato il punto più difficile. Sono arrivato in cima alle 7 di mattino. 24 ore di fatica che negli ultimi 200 metri di salita ripidissima mi avevano ridotto come un vecchietto ottantenne  che cammina lento.

Ma ancora una volta la testa si è rivelata determinante. Salendo mi dicevo. “Ok, sono un finisher, sarò 700esimo, non importa, va bene così. L’importante è finire…” poi in cima, la signora che rilevava i passaggi mi dice che sono 366°. “COSA???? IMPOSSIBILE!” E così inizio a correre alla grande, superando decine di persone ormai cotte dalla stanchezza. Il mio sogno di fare una bella gara si riaccendeva proprio nel punto in cui, solo qualche istante  prima, sentivo di aver fatto una gara mediocre. “via, via”, mi dicevo, prendendo sempre più entusiasmo e trovando forze assolutamente impensate.

Alla fine sono arrivato. Ali di folla ad accogliere tutti noi finisher con applausi, incitamenti, grida… immagini fantastiche che restano scolpite dentro.

Ancora oggi i pensieri frullano nella mente, le immagini le sensazioni ritornano e prendono ordine nel mio pensiero. Che bello. Che fatica, che freddo, che gioia, che pazzia…

Grazie a tutti quelli che mi hanno seguito su Facebook e che mi hanno fatto sentire la loro vicinanza. Adesso è il tempo del riposo.

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