Mute Triathlon

La pelle di un campione:Daniel Fontana

Pubblichiamo un’articolo apparso su www.runnersworld.it scritto dalla triathleta Micole Ramundo all’indomani del ritiro di Daniel Fontana nell’ultimo Ironman Kona.

È proprio il loro rivelarsi fragili in alcuni momenti a farceli amare di più. I nostri campioni restano per tutti noi, semplici amanti dello sport, delle entità inattingibili, delle macchine perfette da ammirare da lontano, ma che mantengono sempre quella distanza che è propria dei sogni e delle cose che non appartengono a questo mondo. Quest’aura di incorruttibilità resta cristallizzata finchè quell’apparente perfezione rivela una piccola crepa; una fenditura che compare improvvisa, proprio quando non dovrebbe. È così che l’immagine perfetta dell’eroe si colora delle deboli ombre di un cedimento.

Essere al top per l’evento più importante della stagione, per la gara che potrebbe fare la differenza in una carriera, significa fare il funambolo su una corda per diversi mesi; significa osare fino all’azzardo e portare corpo e mente a correre su quella sottile linea rossa, che è l’unica strada per il successo, ma al di là della quale potrebbe esserci il burrone della disfatta.

È così che basta un refolo di vento a perdere l’equilibrio e vanificare un sogno e i sacrifici di mesi. Già, basta un refolo di vento a mancare il bersaglio, a fallire La Gara. Ma i campioni è lì che si riconoscono. La loro autorevolezza si rivela improvvisa e chiara proprio in quei momenti, in quelle occasioni.

Daniel Fontana quel vento insidioso se l’è sentito sbattere in faccia per tutto l’Ironman di Kona, la gara più dura e più importante del circuito Ironman; la finale mondiale nella quale tutti i migliori atleti al mondo gareggiano per contendersi il titolo più prestigioso.

È stata la giornata sbagliata; quella in cui i muscoli non rispondono e la testa vede vanificato ogni tentativo di piegare il corpo al proprio volere. Poco importa se Daniel sia arrivato a Kona con l’argento dell’IM di Klagenfurt ricamato sulla pelle, che lo autorizzava a non abbassare lo sguardo al cospetto di nessuno. Poco importa che ci sia arrivato con la vittoria al 70.3 di Pescara, con il secondo gradino del podio dell’IM 70.3 di Cozumel e di Salisburgo.

A Kona Daniel ha dovuto ricominciare da capo e questa volta le cose non sono andate come nelle migliori giornate. Ai 120 km della frazione di bici, con tutta l’umiltà possibile, Daniel ha messo la freccia a destra e ha tirato i freni della sua Kuota.

È così che quella piccola crepa impietosa, proprio quella che non vorresti mai comparisse nella gara più importante, ha segnato il destino della finale di questo nostro ragazzo speciale.

Già, speciale perché a poche decine di minuti dal ritiro più doloroso, si è preso la briga e la preoccupazione di  postare su twitter le proprie scuse, rivolgendole a tutti quelli che credevano in lui e che per una buona parte erano incollati ai propri pc per seguire in streeming la diretta web di quell’impresa.

Già, scusarsi; ma per cosa? Per essere stato fragile almeno una volta? Per averci fatto sognare, come già altre volte, nell’ennesima possibile impresa? Forse più che scusarti, dovremmo essere noi a ringraziarti.

Perché la verità è che non abbiamo bisogno di eroi, ma di campioni.

Gli eroi non perdono mai; i campioni sono quelli che sanno insegnare l’umiltà, la sconfitta e il valore del sacrificio, anche e soprattutto quando le cose della vita non vanno di pari passo con il sogno.

L’appuntamento con questo traguardo è solo rimandato, bravo Daniel!

 

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@novellimarco

Commenti dei lettori


  1. Vattla'piè on 17 ottobre 2012 at 11:48 said:

    Ha fatto la scelta più difficile! complimenti. Quella gara era sicuramente un obiettivo importante, ma ci sarà un’altra occasione, glielo auguro.

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La pelle di un campione:Daniel Fontana

17th ottobre, 2012

Pubblichiamo un’articolo apparso su www.runnersworld.it scritto dalla triathleta Micole Ramundo all’indomani del ritiro di Daniel Fontana nell’ultimo Ironman Kona.

È proprio il loro rivelarsi fragili in alcuni momenti a farceli amare di più. I nostri campioni restano per tutti noi, semplici amanti dello sport, delle entità inattingibili, delle macchine perfette da ammirare da lontano, ma che mantengono sempre quella distanza che è propria dei sogni e delle cose che non appartengono a questo mondo. Quest’aura di incorruttibilità resta cristallizzata finchè quell’apparente perfezione rivela una piccola crepa; una fenditura che compare improvvisa, proprio quando non dovrebbe. È così che l’immagine perfetta dell’eroe si colora delle deboli ombre di un cedimento.

Essere al top per l’evento più importante della stagione, per la gara che potrebbe fare la differenza in una carriera, significa fare il funambolo su una corda per diversi mesi; significa osare fino all’azzardo e portare corpo e mente a correre su quella sottile linea rossa, che è l’unica strada per il successo, ma al di là della quale potrebbe esserci il burrone della disfatta.

È così che basta un refolo di vento a perdere l’equilibrio e vanificare un sogno e i sacrifici di mesi. Già, basta un refolo di vento a mancare il bersaglio, a fallire La Gara. Ma i campioni è lì che si riconoscono. La loro autorevolezza si rivela improvvisa e chiara proprio in quei momenti, in quelle occasioni.

Daniel Fontana quel vento insidioso se l’è sentito sbattere in faccia per tutto l’Ironman di Kona, la gara più dura e più importante del circuito Ironman; la finale mondiale nella quale tutti i migliori atleti al mondo gareggiano per contendersi il titolo più prestigioso.

È stata la giornata sbagliata; quella in cui i muscoli non rispondono e la testa vede vanificato ogni tentativo di piegare il corpo al proprio volere. Poco importa se Daniel sia arrivato a Kona con l’argento dell’IM di Klagenfurt ricamato sulla pelle, che lo autorizzava a non abbassare lo sguardo al cospetto di nessuno. Poco importa che ci sia arrivato con la vittoria al 70.3 di Pescara, con il secondo gradino del podio dell’IM 70.3 di Cozumel e di Salisburgo.

A Kona Daniel ha dovuto ricominciare da capo e questa volta le cose non sono andate come nelle migliori giornate. Ai 120 km della frazione di bici, con tutta l’umiltà possibile, Daniel ha messo la freccia a destra e ha tirato i freni della sua Kuota.

È così che quella piccola crepa impietosa, proprio quella che non vorresti mai comparisse nella gara più importante, ha segnato il destino della finale di questo nostro ragazzo speciale.

Già, speciale perché a poche decine di minuti dal ritiro più doloroso, si è preso la briga e la preoccupazione di  postare su twitter le proprie scuse, rivolgendole a tutti quelli che credevano in lui e che per una buona parte erano incollati ai propri pc per seguire in streeming la diretta web di quell’impresa.

Già, scusarsi; ma per cosa? Per essere stato fragile almeno una volta? Per averci fatto sognare, come già altre volte, nell’ennesima possibile impresa? Forse più che scusarti, dovremmo essere noi a ringraziarti.

Perché la verità è che non abbiamo bisogno di eroi, ma di campioni.

Gli eroi non perdono mai; i campioni sono quelli che sanno insegnare l’umiltà, la sconfitta e il valore del sacrificio, anche e soprattutto quando le cose della vita non vanno di pari passo con il sogno.

L’appuntamento con questo traguardo è solo rimandato, bravo Daniel!

 

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