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Francesca Invernizzi sospesa per 1 anno per doping

          Squalifica lieve per Invernizzi

Sentenza lieve per la giovane triatleta  Francesca Invernizzi, trovata positiva in occasione dell’ultimo DeeJay triathlon. Sin dall’uscita della notizia della sua positività, l’atleta della DDS ha sempre sostenuto che la causa fosse da imputare ad una pomata assunta per curare una ferita procuratasi durante l’irondelta di primavera.

La sua tesi è stata quindi dimostrata in fase di giudizio , ma è stata comunque squalificata in quanto non ha comunque presentato tutta la documentazione relativa al TUE

Sul suo profilo facebook Francesca ha voluto raccontare tutta la vicenda che l’ha vista coninvolta:

Mi chiamo Francesca, ho 22 anni e faccio triathlon. O meglio, facevo.
Scrivo al passato perché sono squalificata dal 7 giugno. Per doping.
E voi penserete “furbacchiona, arrivista, che schifo”.
Ed è tutto lecito, se non fosse che quella squalifica è arrivata, anzi piombata nella mia vita. E da allora è stato tutto difficile: raccontarlo ai miei genitori, ai miei amici, al mio ragazzo e a chiunque mi chieda cosa faccio nella vita.
Perché prima potevo dire di essere studentessa, lavoratrice e triatleta. E oggi invece, quando mi scappa quell’ultima parola mi sento fregata e costretta a raccontare tutta questa vicenda che mi crea il nodo in gola.
Poi è stato difficile anche trovare un avvocato, perché nella mia ingenuità credevo bastasse raccontare a chi di dovere che era inutile mi coinvolgessero in questa cosa più grande di me perché io avevo solo usato quella maledetta pomata. E invece era solo l’inizio di una disperata ricerca di prove che dimostrassero quella che era la mia versione dei fatti.
Ho sempre cercato di capire quali mancanze portassero una persona a fare uso di sostanze illecite, quale fosse il guadagno personale nel compromettere un risultato, senza mai pensare che il doping si nascondesse proprio dietro l’angolo. O meglio, dietro una pomata.
Ho da sempre cercato di rispettare le regole sia in casa che nel quotidiano tant’è che il mio primo castigo arriva all’età appunto di 22 anni… e non sono i miei genitori ad impormelo, ma la NADO. Un organo che ad oggi ringrazio per il lavoro svolto, per aver portato a luce una svista come la mia e per aver punito questa mia leggerezza con una sanzione di un anno di squalifica.
Perché è dall’inizio di questo incubo che ogni mattina quando mi sveglio e ogni sera prima di addormentarmi mi fissa appeso il pettorale dell’ultima gara portata a termine, aspettando che io sostituisca il numero con quello delle gare programmate tempo fa.
Eppure sono trascorsi esattamente 102 giorni da quando anche io mi sono ritrovata appesa nella speranza che qualcuno mi sentisse davvero. E l’unica che davvero mi ha sentita e tirata su per i capelli da questo pozzo che sembrava senza fine è stata sempre lei, Miriam Montuori che proprio come me è stata travolta da questa vicenda che non ci apparteneva e dal giorno in cui mi hanno comunicato la mia positività non è tramontato sole senza che pensassimo a come uscirne.
Ammetto di aver imparato, tanto.
Ho imparato che lo sport non è per tutti e forse non lo era neanche per me. Perché si può giocare a FARE gli atleti. Oppure si può ESSERE atleti. E ciò significa lavorare 24 ore su 24. 7 giorni su 7. 365 giorni l’anno. Senza se e senza ma.
Perché essere atleti significa esserlo dentro e fuori dal campo. E significa tener conto di qualsiasi dettaglio possa fare la differenza. Significa tener conto di quei 0,3 ng (nanogrammi)/ml (millilitro)… zerovirgolatre nanogrammi per millilitro. che specifico e leggo tutti d’un fiato non tanto perché ormai sono acculturata in materia di quantitativi. Lo specifico perché tuttavia penso che sia quasi impossibile che uno 0,3 possa cambiarti la vita. E con me è successo proprio questo.
È bastato questo dettaglio impercettibile a tenermi fuori dai giochi.
E ora io non voglio essere ambasciatrice di un movimento o giustiziera. Voglio semplicemente essere colei alla quale dedicherete 5’ della vostra vita per leggere quali castronate scrivo per magari farne tesoro. Senza farvi incastrare come ho fatto io.
Mi ritengo semplicemente inesperta in materia e forse vittima di me stessa.
Ma è come trascorrere una cena in compagnia di amici senza bere… rimanendo però fregati al posto di blocco per colpa del babbà trangugiato a fine serata.
Ecco io ho fatto lo stesso con la mia pomata: l’ho acquistata e non ho desiderato altro che cicatrizzare la mia ferita.
E ora mi sento un po’ babbà, ma senza l’accento. Perché la ferita alla caviglia è guarita, ma se n’è aperta un’altra in un posto un po’ più scomodo che purtroppo non ha pomate curative.

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Francesca Invernizzi sospesa per 1 anno per doping

18th settembre, 2018

          Squalifica lieve per Invernizzi

Sentenza lieve per la giovane triatleta  Francesca Invernizzi, trovata positiva in occasione dell’ultimo DeeJay triathlon. Sin dall’uscita della notizia della sua positività, l’atleta della DDS ha sempre sostenuto che la causa fosse da imputare ad una pomata assunta per curare una ferita procuratasi durante l’irondelta di primavera.

La sua tesi è stata quindi dimostrata in fase di giudizio , ma è stata comunque squalificata in quanto non ha comunque presentato tutta la documentazione relativa al TUE

Sul suo profilo facebook Francesca ha voluto raccontare tutta la vicenda che l’ha vista coninvolta:

Mi chiamo Francesca, ho 22 anni e faccio triathlon. O meglio, facevo.
Scrivo al passato perché sono squalificata dal 7 giugno. Per doping.
E voi penserete “furbacchiona, arrivista, che schifo”.
Ed è tutto lecito, se non fosse che quella squalifica è arrivata, anzi piombata nella mia vita. E da allora è stato tutto difficile: raccontarlo ai miei genitori, ai miei amici, al mio ragazzo e a chiunque mi chieda cosa faccio nella vita.
Perché prima potevo dire di essere studentessa, lavoratrice e triatleta. E oggi invece, quando mi scappa quell’ultima parola mi sento fregata e costretta a raccontare tutta questa vicenda che mi crea il nodo in gola.
Poi è stato difficile anche trovare un avvocato, perché nella mia ingenuità credevo bastasse raccontare a chi di dovere che era inutile mi coinvolgessero in questa cosa più grande di me perché io avevo solo usato quella maledetta pomata. E invece era solo l’inizio di una disperata ricerca di prove che dimostrassero quella che era la mia versione dei fatti.
Ho sempre cercato di capire quali mancanze portassero una persona a fare uso di sostanze illecite, quale fosse il guadagno personale nel compromettere un risultato, senza mai pensare che il doping si nascondesse proprio dietro l’angolo. O meglio, dietro una pomata.
Ho da sempre cercato di rispettare le regole sia in casa che nel quotidiano tant’è che il mio primo castigo arriva all’età appunto di 22 anni… e non sono i miei genitori ad impormelo, ma la NADO. Un organo che ad oggi ringrazio per il lavoro svolto, per aver portato a luce una svista come la mia e per aver punito questa mia leggerezza con una sanzione di un anno di squalifica.
Perché è dall’inizio di questo incubo che ogni mattina quando mi sveglio e ogni sera prima di addormentarmi mi fissa appeso il pettorale dell’ultima gara portata a termine, aspettando che io sostituisca il numero con quello delle gare programmate tempo fa.
Eppure sono trascorsi esattamente 102 giorni da quando anche io mi sono ritrovata appesa nella speranza che qualcuno mi sentisse davvero. E l’unica che davvero mi ha sentita e tirata su per i capelli da questo pozzo che sembrava senza fine è stata sempre lei, Miriam Montuori che proprio come me è stata travolta da questa vicenda che non ci apparteneva e dal giorno in cui mi hanno comunicato la mia positività non è tramontato sole senza che pensassimo a come uscirne.
Ammetto di aver imparato, tanto.
Ho imparato che lo sport non è per tutti e forse non lo era neanche per me. Perché si può giocare a FARE gli atleti. Oppure si può ESSERE atleti. E ciò significa lavorare 24 ore su 24. 7 giorni su 7. 365 giorni l’anno. Senza se e senza ma.
Perché essere atleti significa esserlo dentro e fuori dal campo. E significa tener conto di qualsiasi dettaglio possa fare la differenza. Significa tener conto di quei 0,3 ng (nanogrammi)/ml (millilitro)… zerovirgolatre nanogrammi per millilitro. che specifico e leggo tutti d’un fiato non tanto perché ormai sono acculturata in materia di quantitativi. Lo specifico perché tuttavia penso che sia quasi impossibile che uno 0,3 possa cambiarti la vita. E con me è successo proprio questo.
È bastato questo dettaglio impercettibile a tenermi fuori dai giochi.
E ora io non voglio essere ambasciatrice di un movimento o giustiziera. Voglio semplicemente essere colei alla quale dedicherete 5’ della vostra vita per leggere quali castronate scrivo per magari farne tesoro. Senza farvi incastrare come ho fatto io.
Mi ritengo semplicemente inesperta in materia e forse vittima di me stessa.
Ma è come trascorrere una cena in compagnia di amici senza bere… rimanendo però fregati al posto di blocco per colpa del babbà trangugiato a fine serata.
Ecco io ho fatto lo stesso con la mia pomata: l’ho acquistata e non ho desiderato altro che cicatrizzare la mia ferita.
E ora mi sento un po’ babbà, ma senza l’accento. Perché la ferita alla caviglia è guarita, ma se n’è aperta un’altra in un posto un po’ più scomodo che purtroppo non ha pomate curative.

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