Mute Triathlon

…. era un triathleta, è un uomo

Di Micol Ramundo su Runner’s word

È una questione delicata … pubblicamente spesso dalle questioni delicate è più “furbo” tenersi lontani. Prendere una posizione sembra non essere la scelta più conveniente a volte. Si, ma ci sono volte in cui la convenienza, a guardarla così, disgusta.

Si, ci sono volte in cui è meglio rischiare la disapprovazione, ma si deve aprire un dibattito. Si deve scegliere il proprio esercito.

Lance Armstrong. La questione che si pone è di quelle delicate; di quelle che da qualunque parte le guardi, c’è sempre un “però” a fare da contraltare a quello che dici; c’è sempre una morale comune che ti indicherebbe chiaramente che hai scelto la fazione sbagliata, che da quella parte lì non ci dovresti stare. Non è difendibile.

E invece ti ritrovi che la pancia va da un’altra parte; che non ci stai comodo dentro la scatola moralistica che contiene solo ciò che è giusto ed è impermeabile al male.

Ma tu cosa pensi di fare? Ti metti a difendere pubblicamente uno che ha fatto un uso sconsiderato di tutte le pratiche di doping disponibili? Sostieni uno che ha fatto della farmacologia il proprio credo, in nome di vittorie che altrimenti non avrebbe ottenuto? Tieni la parte di uno che da metà pianeta è considerato un baro e che ha guardato solo al guadagno personale infischiandosene delle regole? E le sai bene anche tu tutte queste cose …. e allora cosa diamine stai facendo? Cosa c’è ancora da pensare, cosa da difendere?

È inutile che ci provi. È inutile. Non la troverai mai un’argomentazione sostenibile per giustificarlo o stare dalla sua parte.

Ma la soluzione te la trovi e in questo momento ti va bene. Non ci provi. Non la cerchi “l’argomentazione sostenibile”.

E così scegli di tenerti care le emozioni che quell’uomo ti ha dato. Ti tieni stretti i ricordi di quei giorni, quando stavi in piedi su una sedia a esultare nel vederlo vincere in tv. Te ne infischi dei “si ma come ha fatto” e dei “era tutta una montatura”; guardi altrove quando ti indicano quelle vene gonfie sui suoi polpacci e ti insegnano che quello è indice di un sangue come marmellata; non li leggi gli articoli in cui si dice che lo stanno cancellando dalle classifiche di tutti quei Tour de France; non le ascolti le interviste in cui questa grande bugia viene smascherata.

Non lo fai perché sai che le bugie ti inchiodano a terra e ti impediscono di respirare. E allora te le tieni tutte la tue illusioni e continui a pensare che quelle che ha compiuto lui, siano comunque state delle grandi imprese. Probabilmente da ridimensionare, ma comunque immense. Che probabilmente il suo essere campione sia da ridimensionare, ma che lui resti immenso.

È chiaro, alla fine non c’è nulla da difendere, non c’è nulla da giustificare. Ma non mi interessa. Che lo giudichino altri. Io la mia scelta l’ho fatta, ho scelto la mia parte. Ho scelto di commuovermi e pensare che non ce la faccio a stare confinata dentro la trasparenze e l’univocità del bene o male.

Siamo esseri troppo complessi, troppo pieni di zone d’ombra per vestirci dei panni dei censori e pensare di essere immuni dalle macchie.

Tanto mi basta.

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@novellimarco

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…. era un triathleta, è un uomo

19th gennaio, 2013

Di Micol Ramundo su Runner’s word

È una questione delicata … pubblicamente spesso dalle questioni delicate è più “furbo” tenersi lontani. Prendere una posizione sembra non essere la scelta più conveniente a volte. Si, ma ci sono volte in cui la convenienza, a guardarla così, disgusta.

Si, ci sono volte in cui è meglio rischiare la disapprovazione, ma si deve aprire un dibattito. Si deve scegliere il proprio esercito.

Lance Armstrong. La questione che si pone è di quelle delicate; di quelle che da qualunque parte le guardi, c’è sempre un “però” a fare da contraltare a quello che dici; c’è sempre una morale comune che ti indicherebbe chiaramente che hai scelto la fazione sbagliata, che da quella parte lì non ci dovresti stare. Non è difendibile.

E invece ti ritrovi che la pancia va da un’altra parte; che non ci stai comodo dentro la scatola moralistica che contiene solo ciò che è giusto ed è impermeabile al male.

Ma tu cosa pensi di fare? Ti metti a difendere pubblicamente uno che ha fatto un uso sconsiderato di tutte le pratiche di doping disponibili? Sostieni uno che ha fatto della farmacologia il proprio credo, in nome di vittorie che altrimenti non avrebbe ottenuto? Tieni la parte di uno che da metà pianeta è considerato un baro e che ha guardato solo al guadagno personale infischiandosene delle regole? E le sai bene anche tu tutte queste cose …. e allora cosa diamine stai facendo? Cosa c’è ancora da pensare, cosa da difendere?

È inutile che ci provi. È inutile. Non la troverai mai un’argomentazione sostenibile per giustificarlo o stare dalla sua parte.

Ma la soluzione te la trovi e in questo momento ti va bene. Non ci provi. Non la cerchi “l’argomentazione sostenibile”.

E così scegli di tenerti care le emozioni che quell’uomo ti ha dato. Ti tieni stretti i ricordi di quei giorni, quando stavi in piedi su una sedia a esultare nel vederlo vincere in tv. Te ne infischi dei “si ma come ha fatto” e dei “era tutta una montatura”; guardi altrove quando ti indicano quelle vene gonfie sui suoi polpacci e ti insegnano che quello è indice di un sangue come marmellata; non li leggi gli articoli in cui si dice che lo stanno cancellando dalle classifiche di tutti quei Tour de France; non le ascolti le interviste in cui questa grande bugia viene smascherata.

Non lo fai perché sai che le bugie ti inchiodano a terra e ti impediscono di respirare. E allora te le tieni tutte la tue illusioni e continui a pensare che quelle che ha compiuto lui, siano comunque state delle grandi imprese. Probabilmente da ridimensionare, ma comunque immense. Che probabilmente il suo essere campione sia da ridimensionare, ma che lui resti immenso.

È chiaro, alla fine non c’è nulla da difendere, non c’è nulla da giustificare. Ma non mi interessa. Che lo giudichino altri. Io la mia scelta l’ho fatta, ho scelto la mia parte. Ho scelto di commuovermi e pensare che non ce la faccio a stare confinata dentro la trasparenze e l’univocità del bene o male.

Siamo esseri troppo complessi, troppo pieni di zone d’ombra per vestirci dei panni dei censori e pensare di essere immuni dalle macchie.

Tanto mi basta.

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