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Respirazione stile libero: quando respirare ? Ogni due o tre bracciate ?

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Respirazione nello stile

Tratto da www.nuotomania.it

A domanda rispondo:
“Il mio istruttore sostiene che nello stile devo respirare, sempre, ogni tre bracciate, ma purtroppo non riesco a coprire le lunghe distanze. Vorrei un consiglio, Grazie ciao”. Dato che questa domanda è in assoluto una delle più frequenti, ne approfitto per fare chiarezza.

Partiamo dal presupposto che lo scambio respiratorio non è fine a se stesso ma serve a soddisfare il fabbisogno di ossigeno. E il fabbisogno di ossigeno dipende dai parametri metabolici della nuotata, i quali sono estremamente variabili in conseguenza delle andature, delle distanze e delle peculiarità tecniche e metaboliche del nuotatore; cioè in funzione della situazione attuale (qui e ora) e non sono legati al semplice variare della frequenza dei cicli di nuotata.

Appare chiaro quindi che stabilire a priori un modello preconfezionato di scambio respiratorio, quale che sia, è metodologicamente e didatticamente sbagliato, e oltretutto può generare diversi tipi di problemi in conseguenza del fatto che l’atleta sia forzato a respirare non più in corrispondenza del proprio reale bisogno, bensì troppo presto oppure troppo tardi.

Nel caso per esempio di colui che necessita di respirare a due perchè non dispone ancora di nuotate efficenti, o perchè sta nuotando da un certo tempo a una certa intensità, respirare ogni tre, cioè più tardi, comporta evidentemente un deficit di ossigeno, con tutte le conseguenze negative del caso; che dunque respiri tranquillamente a due che nessuno gli farà la multa e nemmeno lo squalificherà in una gara.

Nel caso invece in cui l’atleta nuoti ad elevate intensità,ma per durate talmente brevi da non permettere all’ossigeno incamerato di fare in tempo a entrare nel circuito di produzione dell’energia prima che la nuotata termini (per esempio una gara di pochi metri),la respirazione è evidentemente non strettamente necessaria,perchè dunque imporla ?

Nel caso opposto in cui l’atleta nuoti a bassa intensità e per un tempo ampiamente al di sotto del proprio limite, come nelle nuotate per diporto, o di scarico o di riscaldamento, il dispendio energetico può essere talmente basso da rendere conveniente un ritmo respiratorio anche più ritardato, per esempio ogni 8 oppure ogni 9, e magari addirittura variarlo nel tempo in funzione di un sopravvenuto accumulo di affaticamento.

Perchè imporre anche in questo caso la respirazione ogni tre? Per capire il danno che può fare una respirazione con ritmo inadeguato, occorre tenere presente che la regolazione del flusso ematico cerebrale è regolata dalla pressione parziale dell’anidride carbonica, e che al variare degli equilibri tra ossigeno e anidride si determina ipocapnia, la quale con meccanismi di vasocostrizione arteriosa provoca una diminuzione della perfusione cerebrale.

Traduzione semplice senza entrare in particolari che nemmeno io conosco tanto bene: se si alterano gli equilibri di pressione tra ossigeno e anidride carbonica, si ottengono fenomeni spiacevoli come capogiri, iperventilazione, intorpidimenti vari e altro. E se il mio atleta respira troppo spesso (a tre ma anche a due anche andando piano) pur non avendone bisogno, allora incamererà troppo ossigeno rispetto al fabbisogno quindi accumulandolo, ed espellendo allo stesso tempo poca anidride, quegli equilibri li altera certamente.

Se invece respira troppo di rado rispetto alla intensità della nuotata, probabilmente non finirà nemmeno la gara per mancanza di aria, oppure finirà con un disequilibrio di pressione a causa di un eccesso di anidride espulsa.

Ci sono poi un mucchio di situazioni intermedie nelle quali accanto ad un elevato fabbisogno di ossigeno si presenta una enorme produzione di anidride come scarto dei sistemi metabolici, e il bilanciamento tra volume di ossigeno in ingresso (inspirare molto) e volume di anidride in uscita (espirare molto) è fondamentale per evitare scompensi nell’equilibrio delle rispettive pressioni.

In questi casi la frequenza respiratoria ottimale è determinata da una molteplicità di fattori anche tecnici,vale a dire la frequenza dei cicli di nuotata,il fabbisogno di ossigeno, il fabbisogno di espulsione di anidride rispetto all’ossigeno incamerato, e la velocità effettiva di espulsione dell’anidride nell’unità di tempo.

Ed è solo a questi parametri,le cui combinazioni sono infinite,che devono essere connesse le scelte strategiche sul ritmo della respirazione, le quali pure sono infinite se mettiamo nel conto anche le differenze tecnico\metaboliche tra gli atleti.

Quindi dire che tutti devono per forza respirare a tre, è sbagliato. Però niente paura,non serve farsi fumare le cervella per decidere quale sia la propria scelta ottimale,sarà sufficiente seguire l’unica vera regola: cioè respirare quando se ne sente il bisogno, cioè quando ce lo dice l’organismo, unico a sapere come mantenere in equilibrio dinamico anidride e ossigeno senza bisogno della calcolatrice.

“Allora da dove nasce la storiella della respirazione a tre?” Nasce dal bisogno di mantenere equilibrata la postura del corpo,la quale verrebbe compromessa se il nostro atleta respirasse perennemente dallo stesso lato per tutta la vita, e dal conseguente bisogno di insegnargli a respirare da ambo i lati.

Ma il punto è che non è necessario respirare dispari per evitare un problema di postura che emerge solo con le vere esagerazioni,ma si può invece facilmente evitare con l’accorgimento di cambiare ogni tanto il lato di respirazione,ogni tot vasche oppure ogni tot minuti oppure a spannella, cioè nel tempo e anche in modo approssimativo e senza il patema di contare ogni singola bracciata,perchè non sarà qualche bracciata in più a creare scompensi.
Quanto alla necessità didattica di insegnare a respirare su entrambi i lati invece la respirazione comandata è un valido strumento, anche se a volte è più incisivo chiedere vasche intere sul lato deficitario, per imparalo una volta per tutte senza inquinare le ripetute con respirazioni facili sul lato buono. Poi col tempo gli istruttori meno dotati hanno frainteso la necessità didattica e l’hanno trasposta su un piano di consuetudine.

Ma la realtà è diversa, l’ho appena spiegata sopra, e la si può verificare facilmente guardando una semplicissima gara, dove ognuno respira quando gli pare.

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Respirazione stile libero: quando respirare ? Ogni due o tre bracciate ?

10th marzo, 2015
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Respirazione nello stile

Tratto da www.nuotomania.it

A domanda rispondo:
“Il mio istruttore sostiene che nello stile devo respirare, sempre, ogni tre bracciate, ma purtroppo non riesco a coprire le lunghe distanze. Vorrei un consiglio, Grazie ciao”. Dato che questa domanda è in assoluto una delle più frequenti, ne approfitto per fare chiarezza.

Partiamo dal presupposto che lo scambio respiratorio non è fine a se stesso ma serve a soddisfare il fabbisogno di ossigeno. E il fabbisogno di ossigeno dipende dai parametri metabolici della nuotata, i quali sono estremamente variabili in conseguenza delle andature, delle distanze e delle peculiarità tecniche e metaboliche del nuotatore; cioè in funzione della situazione attuale (qui e ora) e non sono legati al semplice variare della frequenza dei cicli di nuotata.

Appare chiaro quindi che stabilire a priori un modello preconfezionato di scambio respiratorio, quale che sia, è metodologicamente e didatticamente sbagliato, e oltretutto può generare diversi tipi di problemi in conseguenza del fatto che l’atleta sia forzato a respirare non più in corrispondenza del proprio reale bisogno, bensì troppo presto oppure troppo tardi.

Nel caso per esempio di colui che necessita di respirare a due perchè non dispone ancora di nuotate efficenti, o perchè sta nuotando da un certo tempo a una certa intensità, respirare ogni tre, cioè più tardi, comporta evidentemente un deficit di ossigeno, con tutte le conseguenze negative del caso; che dunque respiri tranquillamente a due che nessuno gli farà la multa e nemmeno lo squalificherà in una gara.

Nel caso invece in cui l’atleta nuoti ad elevate intensità,ma per durate talmente brevi da non permettere all’ossigeno incamerato di fare in tempo a entrare nel circuito di produzione dell’energia prima che la nuotata termini (per esempio una gara di pochi metri),la respirazione è evidentemente non strettamente necessaria,perchè dunque imporla ?

Nel caso opposto in cui l’atleta nuoti a bassa intensità e per un tempo ampiamente al di sotto del proprio limite, come nelle nuotate per diporto, o di scarico o di riscaldamento, il dispendio energetico può essere talmente basso da rendere conveniente un ritmo respiratorio anche più ritardato, per esempio ogni 8 oppure ogni 9, e magari addirittura variarlo nel tempo in funzione di un sopravvenuto accumulo di affaticamento.

Perchè imporre anche in questo caso la respirazione ogni tre? Per capire il danno che può fare una respirazione con ritmo inadeguato, occorre tenere presente che la regolazione del flusso ematico cerebrale è regolata dalla pressione parziale dell’anidride carbonica, e che al variare degli equilibri tra ossigeno e anidride si determina ipocapnia, la quale con meccanismi di vasocostrizione arteriosa provoca una diminuzione della perfusione cerebrale.

Traduzione semplice senza entrare in particolari che nemmeno io conosco tanto bene: se si alterano gli equilibri di pressione tra ossigeno e anidride carbonica, si ottengono fenomeni spiacevoli come capogiri, iperventilazione, intorpidimenti vari e altro. E se il mio atleta respira troppo spesso (a tre ma anche a due anche andando piano) pur non avendone bisogno, allora incamererà troppo ossigeno rispetto al fabbisogno quindi accumulandolo, ed espellendo allo stesso tempo poca anidride, quegli equilibri li altera certamente.

Se invece respira troppo di rado rispetto alla intensità della nuotata, probabilmente non finirà nemmeno la gara per mancanza di aria, oppure finirà con un disequilibrio di pressione a causa di un eccesso di anidride espulsa.

Ci sono poi un mucchio di situazioni intermedie nelle quali accanto ad un elevato fabbisogno di ossigeno si presenta una enorme produzione di anidride come scarto dei sistemi metabolici, e il bilanciamento tra volume di ossigeno in ingresso (inspirare molto) e volume di anidride in uscita (espirare molto) è fondamentale per evitare scompensi nell’equilibrio delle rispettive pressioni.

In questi casi la frequenza respiratoria ottimale è determinata da una molteplicità di fattori anche tecnici,vale a dire la frequenza dei cicli di nuotata,il fabbisogno di ossigeno, il fabbisogno di espulsione di anidride rispetto all’ossigeno incamerato, e la velocità effettiva di espulsione dell’anidride nell’unità di tempo.

Ed è solo a questi parametri,le cui combinazioni sono infinite,che devono essere connesse le scelte strategiche sul ritmo della respirazione, le quali pure sono infinite se mettiamo nel conto anche le differenze tecnico\metaboliche tra gli atleti.

Quindi dire che tutti devono per forza respirare a tre, è sbagliato. Però niente paura,non serve farsi fumare le cervella per decidere quale sia la propria scelta ottimale,sarà sufficiente seguire l’unica vera regola: cioè respirare quando se ne sente il bisogno, cioè quando ce lo dice l’organismo, unico a sapere come mantenere in equilibrio dinamico anidride e ossigeno senza bisogno della calcolatrice.

“Allora da dove nasce la storiella della respirazione a tre?” Nasce dal bisogno di mantenere equilibrata la postura del corpo,la quale verrebbe compromessa se il nostro atleta respirasse perennemente dallo stesso lato per tutta la vita, e dal conseguente bisogno di insegnargli a respirare da ambo i lati.

Ma il punto è che non è necessario respirare dispari per evitare un problema di postura che emerge solo con le vere esagerazioni,ma si può invece facilmente evitare con l’accorgimento di cambiare ogni tanto il lato di respirazione,ogni tot vasche oppure ogni tot minuti oppure a spannella, cioè nel tempo e anche in modo approssimativo e senza il patema di contare ogni singola bracciata,perchè non sarà qualche bracciata in più a creare scompensi.
Quanto alla necessità didattica di insegnare a respirare su entrambi i lati invece la respirazione comandata è un valido strumento, anche se a volte è più incisivo chiedere vasche intere sul lato deficitario, per imparalo una volta per tutte senza inquinare le ripetute con respirazioni facili sul lato buono. Poi col tempo gli istruttori meno dotati hanno frainteso la necessità didattica e l’hanno trasposta su un piano di consuetudine.

Ma la realtà è diversa, l’ho appena spiegata sopra, e la si può verificare facilmente guardando una semplicissima gara, dove ognuno respira quando gli pare.

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